Mattancherry, 3.1.2015

Seconda giornata a Mattancherry. Il quartiere povero a quanto pare ci attira più di quello storico. Forse è l’attività cittadina, i negozietti, gli artigiani al lavoro ad incuriosirci. Il caldo del mattino però mi ammazza: alle dieci, la temperatura è già al massimo grado. I muratori indiani lavorano nelle strade, loro sono abituati, però è dura tirare su un muro con un sole così. Noi non facciamo poi molto: scegliamo una delle tante strade che taglia l’isola da un lato all’altro e la percorriamo in tutta la sua lunghezza, fermandoci a sbirciare ogni volta che troviamo qualcosa di interessante. Se ci invitano ad entrare, entriamo, altrimenti tiriamo dritto. È così che ci ritroviamo a visitare il tempio jainista dove una signora ci fa da guida elencandoci incomprensibili nomi di sconosciute divinità e ci convince ad aspettare il mezzogiorno quando un nuvolo di piccioni vola tre volte attorno al campanile ed atterra nel cortile in mezzo al quale un fedele sta spargendo chicchi di riso e di mais per sfamarli. L’entusiasmo della jainista è enorme, il nostro un po’ meno, ma alla fine ci lasciamo convincere anche a prendere dei chicchi e a tenderli ai volatili che si avvicinano e li beccano dalla nostra mano. Se lo sapessero i milanesi che i piccioni sono animali sacri!

Non è l’unico richiamo all’Italia. In città, molte location sono occupate dalla Biennale (sic) di Kochi e questo ci permette di accedere in spazi che altrimenti ci sarebbero preclusi. Ci concede anche attimi di normale attività turistica in una zona della città che altrimenti avrebbe poco da offrire. Le opere d’arte sono interessanti. Una mi colpisce in particolare, intitolata Castle Thread. L’artista è lì e me la faccio spiegare. La casta (castle) dei bramini si distingueva per un cordoncino (thread) che gli stessi tenevano a tracolla. L’arrivo dei portoghesi nel ‘600 e la conseguente conversione di molti indiani avrebbe dovuto cancellare il sistema delle caste, ma questo non stava bene ai bramini. Chiesero allora al vescovo di poter continuare a portare il cordoncino simbolo della loro supremazia ed il Vescovo accordò il privilegio, purché il cordoncino venisse benedetto da lui medesimo. L’artista rappresenta questa storia con dei manichini con un cordoncino a tracolla. Interessante come alcune tradizioni possano essere abbandonate (la fede induista) mentre altre no (i privilegi di casta).

Torniamo a Fort Cochin in tuk-tuk, abbiamo due biglietti per lo spettacolo di kathakali e non vogliamo rischiare di arrivare in ritardo. Le porte del teatro si aprono un’ora prima dell’inizio della rappresentazione, per permettere al pubblico di assistere alla complessa fase di trucco degli attori. Uno dei musicisti ci spiega che ogni colore del trucco è associato ad un carattere: verde per i buoni, rosso per i cattivi, giallo per le donne, che evidentemente è di per sé un carattere. Poi ci viene fornito un piccolo glossario per quel che riguarda i gesti: nel kathakali, ogni gesto delle mani, ogni movimento degli occhi, ogni posizione dei piedi rappresentano un concetto, un oggetto, un’azione. La danza è una rappresentazione epica della vittoria di un’antica dinastia su quella rivale, con il beneplacito di Krishna in persona che giustifica come suo volere anche la carneficina necessaria per raggiungere il potere. Lo spettacolo è a tratti noioso, a tratti interessante. I musicisti salvano lo spettacolo dall’essere una pantomima e gli attori, non tutti eccezionali, dalle essere caricature. Nel crescendo finale, il re della dinastia buona sconfigge sbudellandolo il re della dinastia cattiva e riconquista così la sua donna, persa inizialmente al gioco e disonorata dal malvagio. Il cantante però abortisce gli applausi del pubblico elencando gli altri appuntamenti della settimana. Si esce alla chetichella, imitando alcuni movimenti delle mani, cosa che a noi italiani riesce benissimo.

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