Fort Cochin, 2.1.2015

Ti devono piacere le facce! Se ti interessano i volti, gli occhi, le espressioni, le acconciature, un posto con tanta gente, tante etnie e religioni non può non piacerti, dico a Franci. Tre musulmani vestiti con lunghe tuniche bianche ci hanno appena scattato una foto mentre ce ne stiamo seduti sulla spiaggia. Poi un indiano più intraprendente si è seduto fra me e Franci ed il suo amico ci ha immortalato con il cellulare. Ho il sospetto che zoomino per escludermi dalla foto, ma è un dubbio con il quale posso convivere. Siamo arrivati qui dopo una passeggiata sul lungomare, il luogo più fotografato della città a causa delle antiche strutture per la pesca denominate chinese net. Con un complesso sistema di leve e di corde, i pescatori immergono le reti in acqua e le riportano in superficie camminando su lunghi pali per spostare il peso da una parte all’altra del fulcro della struttura. Il lungomare è disseminato di baracchine e venditori ambulanti di collanine e monili. Anche i venditori di succo di canna da zucchero sono molto frequenti. Spremono il fusto della pianta facendolo passare attraverso due ruote dentate controrotanti, azionate da una grossa cinghia collegata ad un motore a scoppio. Ci hanno fatto mille raccomandazioni prima di partire e forse non siamo ancora pronti per questa specialità. Già la colazione è stata uno scoglio: riso, zuppa di verdura e bananine dolci. I nostri padroni di casa, Joy e la sua famiglia, sono però molto gentili e dopo il primo impatto, anche la zuppa di verdura ci ha svelato il suo aspetto gradevole, quel sapore di masala così tipico dell’India.

Altri due ragazzi si fermano per farci una foto. Evidentemente, anche a loro incuriosiscono i nostri volti, il nostro aspetto. Pensavo di disgustarli con questa carnagione chiara che mette in mostra tutte le vene, con questa testa pelata. Non è così: quelli a cui sorridiamo ricambiano il sorriso, anche se non hanno da proporci un giro in tuk-tuk. Io ho continuato a scrutare i volti per tutta la passeggiata, sarò sembrato persino invadente, a qualcuno. Le comitive di donne indiane, spesso di almeno tre generazioni, con i loro sari sgargianti ed i sorrisi maliziosi per una coppia di giovani che gira mano nella mano sono le più appariscenti all’occhio del turista, ma alle volte si vedono vecchi dalla pelle scura e dalla barba bianca con una luce speciale negli occhi. Sul molo di fianco alle chinese net ne ho visto uno che mi ricordava mio padre. Stesso sguardo, stesse spalle dritte, stesse braccia magre. Mi ha fatto piacere rivederlo, anche solo nei lineamenti di uno sconosciuto.

Un guidatore di tuk-tuk ci offre l’ennesimo giro della città per 100 rupie. Rifiutiamo come con tutti i suoi precedenti colleghi, ma questo è più intraprendente e ci chiede un favore. Se ci accompagna in un negozio lì vicino, i proprietari gli pagano un pieno di benzina. Noi volevamo rientrare un attimo a casa per riposarci, ma come si fa a dire di no? In negozio sembrano aspettare solo noi. Un ragazzo molto giovane, magrissimo, vestito all’occidentale con jeans e camicia, insiste affinché lo seguiamo al piano di sopra per la dimostrazione di tappeti. In un locale caldo, con una lama di aria condizionata che lo attraversa senza raffreddarlo, il ragazzo ci racconta la tecnica per realizzare quei tappeti meravigliosi, poi ne fa srotolare uno di almeno tre metri, si fa passare dall’assistente un paio di forbici e comincia a pugnalare il tappeto per dimostrarne la qualità. Forse per il primo giorno è un po’ troppo, usciamo impressionati, ma senza aver fatto acquisti e ce ne torniamo al homestay per mezzoretta di pausa.

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