Kochi, 01.01.2015 – sera

Kochi appare diversa sin dall’aereo. Si presenta mostrando il suo lato migliore, la giungla di palme e le backwaters. Lo spettacolo è notevole: distese di verde interrotte da serpenti d’acqua abbastanza larghi da permettere la navigazione. L’aeroporto, a parte la scritta all’entrata, di internazionale ha ben poco. Varcata la soglia, un’unica sala contiene tutto: i nastri trasportatori per il ritiro bagagli, i bagni, segnalati con simpatici lampioncini gialli, la dogana, l’ufficio informazioni turistiche, il botteghino dei taxi prepagati ed un punto vendita di Airtel, la compagnia telefonica nazionale. Recuperati i bagagli, io mi dirigo lì per acquistare una sim card. Il ragazzo mi fa compilare il modulo, mi spiega tutta la complessa procedura di attivazione e mi dà il suo numero di cellulare in caso di problemi, presentandosi come Vishnu. Piacere, Jesus, mi verrebbe da dire, ma mi trattengo. Franci, nel frattempo, si è messa in coda al baracchino dei taxi prepagati con soltanto uno scampolo di indirizzo del posto dove abbiamo prenotato, che ovviamente non è un albergo. “Near the bishop house” è l’unica indicazione segnata nel sito, niente di più. Inoltre pare che oggi sia “Carnival”, la festa del primo dell’anno e che Fort Cochin sia inaccessibile alle auto. Riusciamo a cavarcela solo perché un taxista ci suggerisce la parola magica: “ferry”. Finalmente dal botteghino ci staccano un ticket e lasciamo l’aeroporto. Il taxista imbocca subito una via strettissima. Questo, unito alla guida a sinistra, mi dà l’impressione che tutti ci vengano addosso. Usciamo dalla scorciatoia ci immettiamo in una tangenziale. Dopo trenta minuti di clacson incessanti e tre ponti attraversati, ciascuno dei quali mi fa sperare di essere arrivati a Fort Cochin, il taxista ci lascia in una piazza affollata in cui si è fatto largo strombazzando all’impazzata. Chiediamo per la Bishop House. Lui ci indica una direzione e scrolla le spalle: più di così non sa spiegare. Seguiamo l’indicazione, scettici. Siamo su un molo, di fronte a noi il traghetto. Il ferry del ticket! Paghiamo dieci rupie ad un vecchietto che non sta nella biglietteria e che ci fa salire sul ponte evitando tutta la coda, ma in questo modo non sappiamo nemmeno dove sia diretto il traghetto. L’accoglienza è però quella delle grandi occasioni: tutti ci salutano, ci stringono la mano e ci augurano buon anno. Evidentemente sanno della parata in taxi, si deve essere sparsa la voce che siamo qui! La traversata dura meno del valore di dieci rupie. Sbarchiamo in fretta per non essere soffocati dai motorini che si accenderanno a momenti e siamo di nuovo circondati dalla folla. Chiediamo conferma di essere a Fort Cochin e la otteniamo, chiediamo indicazioni per la Bishop House ma anche stavolta otteniamo solo una direzione. Tutt’intorno impazza la festa: auto, motorini, famiglie a piedi e ragazzi affollano le strade. Il posto è bello, facciamo un tratto di lungomare poi entriamo nel centro storico, distinguibile dagli edifici che risalgono alla dominazione portoghese. Costeggiamo un parco pieno di luci, la festa evidentemente avrà qui il suo centro, vorremmo fermarci, ma vorremmo anche trovare il bed and breakfast. In qualche modo arriviamo alla Bishop House, aiutati o depistati dalle mille persone alle quali chiediamo, ma da qui non abbiamo più indicazioni e la sim non è ancora attiva. Sono le nove di sera, ormai, siamo stanchi, forse anche un po’ preoccupati, lo zaino sulle spalle comincia a farsi sentire, non fa caldissimo, ma sto già sudando. Fortuna che si ferma un tipo in moto e si offre di telefonare al padrone di casa. Al secondo tentativo questo risponde. È fatta. Per i prossimi tre giorni sappiamo dove dormire.

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