ORSA MAGGIORE, sol minore

contrabbasso Da principio le note stavano tranquillamente stese al pentagramma ad asciugare, oppure si tenevano aggrappate al corrimano delle scale, ma dopo ore puntellato al contrabbasso come Caronte al suo timone, avevo apocalittiche visioni e le note diventavano carrozze deragliate tra (tempi) binari, fori di proiettile sul bianco di una suite a Sarajevo, teste di mori impiccate a fili cromati, scalpi bianchi impalati all’ascolto.
E lo strumento, dopo essere stato un’amante dai fianchi generosi, la vita stretta, le tette grosse, un collo lunghissimo da accarezzare senza posa con morbide corde vocali vibratili di piacere, diventava un’ancora che mi trascinava negli abissi, in basso. E subito il basso si trasformava in una manta, o era una razza, nera, viscida ed allo stesso tempo muscolosa che cercava di divincolarsi con nervosi movimenti della coda ed alla quale mi tenevo stretto nonostante nuotasse verso le profondità più buie e spaventose.
Il pubblico sprofondava insieme a me, ma nel torpore più che nel terrore. La noia era acqua che tutto sommerge, annebbiando i sensi fino a rendere i suoni sfuocati. Per rimanere sintonizzati, signore muovevano il ventaglio come le trote le pinne, anziani boccheggiavano al pari dei lucci, uomini si allentavano la cravatta quasi volessero slamarsi.
Attorno a me, invece, si affollavano animali marini di ogni altezza e lunghezza, colore e timbro. Era un continuo guizzo e trillo di creature che scivolavano, glissavano davanti ai miei occhi e che io cercavo di catturare , trafiggere con l’archetto. Ma non avevo la prontezza necessaria, la manta che ormai cavalcavo si muoveva senza coordinazione e l’archetto stesso, ora che i crini di cavallo si erano tutti spezzati, sembrava piuttosto un anemone di mare, o un qualunque vegetale fluttuante, ed attirava i natanti per curiosità più che arpionarli per acume. Presa confidenza, tutti i pesci nota e i pesci pausa cominciavano ad assaggiarmi la punta delle dita provocandomi da principio piacere, dopodiché dolore.
La platea assomigliava sempre di più ad un banco di plancton: uniforme, denso, ondeggiante. Teste penzolavano da una parte all’altra oppure, per evitare tali moti epicicloidali, stavano aggrappate alla mano di un braccio appoggiato al ginocchio della gamba accavallata all’altra. Per pochi istanti, poi tutti gli arti destri e mancini venivano invertiti.
Continuando l’esibizione, sognavo una bellissima sportiva che, durante una delle sue immersioni, mi vedesse suonare a cento metri di profondità, impeccabile nel mio completo da concertista ed i capelli posseduti da un demone o da un anemone. E si innamorasse di me. Ma ad ogni accordo sbagliato, ad ogni nota steccata, la ragazza cambiava forma e dimensioni, diventando sommozzatrice, ondina, sirena dugongo balena.
La bestia era ugualmente stupenda, ma enorme; la sua simmetria perfetta, i suoi movimenti armonici. Gigantesca cassa di risonanza in movimento, il suo urlo, udibile a miglia di distanza, descriveva viaggi e solitudini, buio e freddo, libertà. Ed il suo canto, come la mia melodia, parlava del male normale che è più grande dell’oceano ed accomuna tutti gli esseri.
Compiva cerchi attorno a me osservandomi con tranquilla curiosità. Ed io fui preso dal terrore che si prova di fronte alla divinità. La sua dimensione non poteva comprendermi, ma la distrazione di una sua parte doveva provocare la mia distruzione, un suo gesto di affetto ingoiarmi. Ma io l’amai e lei tornò sirena e tornò donna e morì fra le mie braccia ed il contrabbasso fu la sua bara.
Con l’inizio dell’allegretto cominciava la risalita, rapida, verso la superficie. Ma a riportarmi a galla era il sarcofago della mia grassa amante al quale mi tenevo abbracciato memore della passione che ci aveva unito.
L’accordo finale rompeva la bolla al naso che, come un salvagente e come la mia cassa da morto, aveva facilitato la risalita del pubblico assopito a riveder le stelle.
Il loro applauso liberatore faceva emergere anche me dal sogno. Senza fiato, i polpastrelli della sinistra sanguinanti per la frizione con le corde zigrinate, la fronte, il viso bagnati dal sudore salato, marino. Scrutavo la platea e la rivedevo, in piedi in mezzo alle sedie, con un vestito di paillettes argentee, squame forse, attillato, la mia bella subacquea, che applaudiva e salutava. Ma era il direttore d’orchestra a ricambiare.

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